novalogos

Novitá

Alida Alabiso

Architettura giapponese e architetti occidentali

In occasione dell’Esposizione di Chicago del 1893 F.L.Wright vide assemblare la Sala della Fenice, il Padiglione scelto per rappresentare il Giappone, una struttura fatta di soli pilastri che sorreggevano un ampio tetto sporgente, senza alcun muro portante. Un impianto completamente diverso da quelli occidentali che suggerì al giovane architetto un cambiamento delle prospettive spaziali tradizionali sia dall’interno verso l’esterno che viceversa. Nasceva così un’architettura basata sulle esigenze dell’uomo e sul suo rapporto con l’ambiente naturale. Semplicità, linearità, utilità, diventano i canoni da seguire, oltre che i principi del modernismo. Dopo Wright molti sono stati gli architetti che hanno contribuito al processo di rottura del piano tradizionale della casa occidentale, da Le Corbisier, a Mies van der Rohe, Gropius, Taut, Neutra, Johnson, Ellwood. Se in Occidente l’arte giapponese agiva come stimolo, in Giappone l’architettura occidentale veniva usata per promuovere il rinnovamento del paese. Nomi quali Murano, Sakakura, Maekawa, Tange, Isozaki, cercavano nelle loro architetture di coniugare la tradizione giapponese con le innovazioni occidentali. Da anni mi interesso a quanto di positivo esiste nella reciproca influenza tra la civiltà orientale e quella occidentale, non per suggerire all’Occidente “Devi convertirti ai concetti dell’Oriente”, ma piuttosto per dire: “Non riuscirai a capire le idee di base della tua civiltà se la tua civiltà è l’unica che conosci”. (Alan Watts)

Vargas, González Díez, Pratesi

(IN)SICUREZZE

Sguardi sul mondo neoliberale. fra antropologia, sociologia e studi politici

Questo volume intende esplorare la costruzione culturale, politica e sociale del binomio sicurezza/insicurezza nel mondo neo-liberale. I contributi affrontano il tema da una molteplicità di punti di vista – tematici, geografici, disciplinari – per evidenziare il carattere sfaccettato e complesso del fenomeno. Dalla musica dei corridos messicani all’organizzazione degli spazi urbani, dal ruolo degli esperti alla violenza delle bande giovanili, dalla privatizzazione alla stregoneria africana, dall’immigrazione alla demonizzazione del capitalismo, dalle chiese pentecostali ai narcotrafficanti, l’(in)sicurezza pervade la contemporaneità. La cornice in cui si collocano questi fenomeni è il capitalismo neoliberale nelle sue diverse manifestazioni. In esso la questione della sicurezza e la costruzione dell’insicurezza assumono rilievo, diventando funzionali al mantenimento di un ordine politico, sociale e culturale fondato sulla diseguaglianza e su un’asimmetrica distribuzione delle risorse. Questo volume intende esplorare la costruzione culturale, politica e sociale del binomio sicurezza/insicurezza nel mondo neo-liberale. I contributi affrontano il tema da una molteplicità di punti di vista – tematici, geografici, disciplinari – per evidenziare il carattere sfaccettato e complesso del fenomeno. Dalla musica dei corridos messicani all’organizzazione degli spazi urbani, dal ruolo degli esperti alla violenza delle bande giovanili, dalla privatizzazione alla stregoneria africana, dall’immigrazione alla demonizzazione del capitalismo, dalle chiese pentecostali ai narcotrafficanti, l’(in)sicurezza pervade la contemporaneità. La cornice in cui si collocano questi fenomeni è il capitalismo neoliberale nelle sue diverse manifestazioni. In esso la questione della sicurezza e la costruzione dell’insicurezza assumono rilievo, diventando funzionali al mantenimento di un ordine politico, sociale e culturale fondato sulla diseguaglianza e su un’asimmetrica distribuzione delle risorse.

Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī

Dottrina e metodo dell'Advaita Vedānta

L’Advaita Vedānta rappresenta la dottrina metafisica più elevata della tradizione hindū (Sanātana Dharma), elaborata dall’Ādi Śaṃkarācārya, e tramandata attraverso una ben nota catena ininterrotta di maestri che risiedono da più d’un millennio nei quattro Maṭha di Shringeri, Dvarika, Joshimath e Puri. Ādi Śaṃkarācārya fondò per prima la scuola di Shringeri, che ancor oggi è una delle roccaforti della purezza di questa dottrina. È a questo Maṭha di Shringeri che si ricollega Śri Śri Satcidānandendra Sarasvatī Svāmīji Mahāraja, il paramhaṃsa saṃnyāsin autore dei due brevi trattati pubblicati in questo libro. La sua fu un’opera di difesa dell’autentica dottrina di Śaṃkarācārya, contro tutte quelle distorsioni che si sono prodotte nel corso dei secoli, fino all’ultima, la più aberrante, rappresentata dal cosiddetto Neo-Vedānta. Brandendo la spada affilata della conoscenza, Svāmī Satcidānandendra tagliò i nodi dell’ignoranza che intricavano e rendevano confusa la dottrina Advaita, appoggiando il suo pensiero, con mirabile competenza, all’opera di Śaṃkara, alla riflessione su quei testi e all’intuizione che ne era derivata. Ma i libri di questo Autore non si limitano a questo: egli espone la dottrina non come una semplice speculazione filosofica, come s’usa fare in Occidente, ma come una indagine interiore che conduce all’ottenimento dell’esperienza dell’identità tra il Sé e il Principio Supremo, il Brahman. E la parte più rilevante dei testi qui pubblicati è rappresentata dalla spiegazione del metodo vedāntico, spiegazione che per la prima volta è presentata al lettore occidentale. I testi sono preceduti da una prefazione firmata da Śri Śri Prakaśānandendra Sarasvatī Svāmīji, paramhaṃsa saṃnyāsin della medesima scuola, e da una introduzione e dalle glosse di Gian Giuseppe Filippi.

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